C'è un principio che distingue una democrazia da uno Stato ideologico: in una democrazia i cittadini sono uguali davanti alla legge, indipendentemente dalle loro opinioni politiche. In uno Stato ideologico, invece, per ottenere un'autorizzazione amministrativa bisogna prima professare la fede richiesta dal potere.
È per questo che quanto accaduto a Rivoli desta una profonda preoccupazione. Per richiedere l'occupazione del suolo pubblico – perfino per un semplice trasloco – il cittadino si trova davanti a una dichiarazione da sottoscrivere in cui deve attestare la propria adesione ai principi dell'antifascismo.
La domanda è semplice: può un Comune subordinare un atto amministrativo a una dichiarazione ideologica?
La risposta, in uno Stato costituzionale, dovrebbe essere altrettanto semplice: no.
La Costituzione italiana non impone ai cittadini di dichiararsi antifascisti per poter esercitare un diritto o ottenere un'autorizzazione amministrativa. La Costituzione vieta la riorganizzazione del partito fascista, tutela la democrazia e garantisce libertà fondamentali, tra cui quella di pensiero (articolo 21), il principio di uguaglianza (articolo 3) e il principio di imparzialità della pubblica amministrazione (articolo 97).
Un Comune deve verificare se il richiedente ha pagato i tributi, se rispetta il Codice della strada, se l'occupazione è compatibile con la viabilità . Non deve trasformarsi in un commissario politico incaricato di certificare la purezza ideologica dei cittadini.
Il problema, infatti, non riguarda l'antifascismo come valore storico, ma il metodo.
Oggi si chiede di dichiararsi antifascisti. Domani quale altra professione di fede potrebbe diventare necessaria? Ambientalista? Europeista? Atlantista? Pacifista? Progressista? Conservatore? Una pubblica amministrazione non può distribuire diritti in base alle convinzioni personali.
Lo storico Gianni Oliva, che certo non può essere sospettato di simpatie fasciste, ha più volte ricordato un principio fondamentale: essere antifascisti non significa trasformare l'antifascismo in una nuova ideologia di Stato. "I valori democratici sono sempre antifascisti. L'antifascismo non sempre è democratico"
Oliva ha sostenuto che l'antifascismo rappresenta il fondamento della nostra Repubblica proprio perché garantisce il pluralismo democratico, non perché impone un pensiero unico. Una democrazia matura non ha bisogno di certificati di ortodossia politica; ha bisogno di istituzioni imparziali che rispettino tutti i cittadini entro i limiti della legge.
È proprio questa la differenza tra memoria storica e uso politico della memoria.
Nessuno mette in discussione il ruolo storico della Resistenza né il contributo degli antifascisti alla nascita della Repubblica. Ma un conto è insegnare la storia, altro è pretendere una dichiarazione politica per ottenere un'autorizzazione amministrativa.
Il consigliere comunale Vincenzo Viozzo ha definito questa pratica "antidemocratica". Ed è difficile non comprenderne le ragioni. La pubblica amministrazione non può attribuire una "patente di moralità " ai cittadini.
L'aspetto più inquietante è la normalizzazione di queste iniziative. Si rischia di accettare come normale ciò che, se applicato a qualsiasi altra idea politica, verrebbe immediatamente denunciato come abuso.
Immaginiamo la situazione opposta: un Comune che imponesse di dichiararsi anticomunisti, liberali o cattolici per ottenere un permesso edilizio. Le proteste sarebbero immediate e trasversali. Il principio, invece, deve essere identico in ogni caso: lo Stato non chiede professioni di fede ideologica.
La forza della Repubblica italiana non consiste nell'obbligare i cittadini a pronunciare determinate parole, ma nel garantire che anche chi la pensa diversamente possa godere degli stessi diritti, purché rispetti le leggi.
Per questo la vicenda di Rivoli non è una semplice curiosità burocratica. È un campanello d'allarme sul rapporto tra amministrazione pubblica e libertà individuali.
La democrazia non si difende chiedendo firme ideologiche.
Si difende applicando la Costituzione.

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